Le Origini del Castrum Sancti Pauli
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Dal Fundus Janula al Castrum Sancti Pauli
La storia del Castello di San Polo dei Cavalieri non può essere raccontata separatamente dalle vicende dell'insediamento che lo ospita. Castello e borgo rappresentano un'unica realtà storica, intrecciata nelle complesse dinamiche politiche, religiose e militari che caratterizzarono il Lazio medievale.
Questo studio ricostruisce le origini del territorio partendo dalle prime attestazioni documentarie del X secolo. Il fundus Janula, nucleo agricolo di popolazione autoctona, si trasformò progressivamente in castrum fortificato, assumendo rilevanza strategica nelle contese tra Chiesa di Tivoli, Abbazia di San Paolo fuori le mura e potenti famiglie nobiliari.
Il Fundus Janula
I primi documenti che attestano l'esistenza di San Polo sono atti pontifici di fondamentale importanza. Sebbene esigui, essi forniscono un terminus ante quem ovvero un limite temporale certo prima del quale l'insediamento era già costituito e, soprattutto, ne rivelano il nome originario e la natura giuridica. Le più antiche fonti identificano il sito non come un castello, ma come un fundus Janula o fundus Janule, un termine che indica un agglomerato rurale di origine indigena, la cui esistenza è documentata già prima del 900 d.C.
Le attestazioni documentarie fondamentali
Due sono gli atti principali che menzionano esplicitamente il fundus:
- Bolla di Benedetto VII (978): nel documento V del Regesto della Chiesa di Tivoli curato da Luigi Bruzza (qui il formato epub), il Papa conferma alla Chiesa di Tivoli il possesso del fundus Janula cum Ecclesia Sancti Pauli [il fondo Janula con la Chiesa di San Paolo]
- Conferma di Giovanni XIX (1029): nel documento XI della medesima raccolta, il pontefice ribadisce il possesso del Fundus Janule sempre alla Chiesa tiburtina.
Un elemento decisivo emerge dall’analisi lessicale di questi atti: in entrambi i casi viene utilizzato il verbo confirmare. Ciò implica che il possesso non veniva istituito ex novo, ma semplicemente ratificato. Ne consegue che l’insediamento doveva essere già esistente e strutturato in un’epoca anteriore, spingendo l’orizzonte cronologico indietro di diversi decenni, se non di secoli.
Frammenti di un passato romano
Le testimonianze archeologiche relative a San Polo, sono state definite né abbondanti, né decisive. Ciononostante, i reperti rinvenuti nel territorio richiedono un’analisi approfondita per valutare il grado di frequentazione dell’area in epoca romana, anche alla luce della vicinanza della villa dell’imperatore Adriano, situata a breve distanza.
Le principali evidenze sono costituite da tre frammenti epigrafici, tutti catalogati nel Volume XIV del prestigioso Corpus Inscriptionum Latinarum (C.I.L.).
L'Iscrizione di Iulia Gratilia (N. 3569)

Questo frammento riporta una dedica votiva: Iulia Gratilia, figlia di Lucio, a Venere Obsequente dedicò volentieri a proprie spese per merito.
L'iscrizione, tuttavia, è gravata da un serio problema di autenticità. Lo stesso studioso Viola, che la esaminò per il C.I.L., annotò un commento critico basandosi su una copia fornitagli dal canonico Rinaldi: Suspicione non caret [Non è priva di sospetto], esprimendo così fondati dubbi sulla sua originalità.
L'onore a Tito Marcio (N. 3695)

La seconda iscrizione è un'epigrafe onoraria dedicata a un personaggio di alto rango. Il testo celebra la carriera politica e militare di Tito Marcio, figlio di Tito, che ricoprì numerose cariche, tra cui sacerdote fetiale, tribuno, questore, pretore e legato. Questo dettagliato cursus honorum indica un individuo di notevole prestigio, appartenente all'élite romana.
La nota contestuale presente nel catalogo C.I.L. precisa che la pietra fu rinvenuta supra Tibur [sopra Tivoli] e si ritiene facesse parte di un sepolcro gentilizio. La dedica fu posta da Grania, legata a Tertullo, verosimilmente un familiare.
Resta evidente, quindi, che il suo legame con un ipotetico insediamento stabile a San Polo è quindi del tutto indiretto.
La dedica a Giove per la moglie Prisca (N. 3825)

Il terzo reperto è un piccolo frammento di un'epigrafe funeraria: A Giove ottimo e invitto. A Prisca, moglie benemerita, di 28 anni. Iunio [Successo/Successi] pose (fece) il monumento.
Sebbene trovato in Vico S. Polo dei Cavalieri presso Matteo Meucci (caffettiere), il frammento attesta unicamente una dedica funeraria privata, senza fornire alcuna indicazione su un centro abitato di rilievo.
Valutazione complessiva
Nel loro insieme, le fonti archeologiche attestano una frequentazione romana del territorio tiburtino, ma non dimostrano l’esistenza di un insediamento stabile e organizzato nell’area di San Polo. I resti murari segnalati da alcuni autori rimangono di datazione e funzione incerte. Di conseguenza, l’ipotesi di un’origine romana del sito si fonda prevalentemente sull’analisi toponomastica.
L'ipotesi etimologica "Jana-Diana"
La toponomastica offre una chiave interpretativa di grande valore storico. A partire dal 1081, il sito viene indicato come Castrum Sancti Pauli in Jana, denominazione che conserva la radice Jana anche dopo la cristianizzazione e l’incastellamento.
Jana come antico nome di Diana
L’interpretazione più accreditata identifica Jana come l’antico appellativo della dea Diana. Tale ipotesi è supportata da fonti classiche autorevoli:
- Nigidio Figulo, citato da Macrobio nei Saturnali, afferma esplicitamente che Apollo era identificato con Giano, metre Diana con Jana, spiegando che la lettera 'D' fu aggiunta per ragioni eufoniche: Dianamque Janam adposita D littera....
- Terenzio Varrone, nel suo De Re Rustica, riporta un uso popolare diffuso nelle campagne, dove la luna crescente veniva chiamata "Jana" ...octavo Janam lunam cr crescentem..., riferendosi alla luna crescente all'ottavo giorno e collegando così il nome a una divinità lunare come era, appunto, Diana.
Il culto di Diana nel territorio tiburtino
Il culto di Diana era profondamente radicato nel Latium Vetus e nell’area tiburtina, come dimostrano:
- La vicinanza al Mons Lucretilis, l'odierno Monte Gennaro, cantato da Orazio e il cui nome moderno potrebbe derivare proprio da Jana.
- Le odi di Orazio, che invocava la dea come montium custos nemorumque Virgo [Vergine custode dei monti e dei boschi] e silvarum potens Diana [Diana signora delle selve].
- L'attestazione specifica del culto di Diana Nemorense nell'area tiburtina, provata sia da un'iscrizione locale che recita OPIFER(A I) NEMORENSI (C.I.L. XIV, N. 3547) [alla Opifera [epiteto di Diana] del bosco sacro], sia da citazioni letterarie in autori come Marziale Tiburtina Sylva Dianae...[il bosco tiburtino di Diana...] e Seneca.
Nel loro complesso, questi elementi suggeriscono una persistenza cultuale pre-cristiana che potrebbe aver influenzato la denominazione del sito.
Dalla curtis al castrum: l’incastellamento
Il periodo compreso tra il 1029 e il 1081 segna una svolta decisiva nella storia di San Polo. In questi decenni, il fundus rurale si trasforma in castrum fortificato, inserendosi in una complessa disputa giurisdizionale tra due grandi istituzioni ecclesiastiche.
La contraddizione delle fonti pontificie
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I documenti del 978 e del 1029 assegnano il fundus Janule alla Chiesa di Tivoli.
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La bolla di Gregorio VII (1081) include invece il Castrum Sancti Pauli in Jana tra i beni dell’Abbazia di San Paolo fuori le mura.
Questa ambiguità normativa diede origine a un conflitto protrattosi per oltre mezzo secolo.
La lunga contesa con Tivoli
Questa ambiguità, generata da una non chiara legislazione del tempo, scatenò una lunga contesa per il controllo del castello e del suo territorio. Forti della Bolla di Benedetto VII, i Tiburtini occuparono il castrum, instaurando un dominio "de facto" e ignorando le disposizioni pontificie a favore dell'Abbazia di San Paolo.
La controversia si protrasse per decenni, raggiungendo il suo culmine nel XII secolo:
- 1139, Concilio Lateranense: l'Abate Azzo di San Paolo portò la questione davanti al Concilio, presentando una formale querela contro i Tiburtini per l'occupazione illegittima del castello: quia a Tiburtinis iniuste tenentur... [poiché sono tenuti ingiustamente dai Tiburtini...].
- Post-1139: di fronte alla continua insubordinazione dei Tiburtini, che non cedettero neanche dopo le ammonizioni della Curia, le autorità romane furono costrette a ricorrere all'uso delle armi per ripristinare la legalità.
- 1143, Giuramento a Innocenzo II: la contesa si concluse con un atto solenne. Come riportato nel Liber Censuum, i Tiburtini, sconfitti, prestarono giuramento di fedeltà a Papa Innocenzo II, impegnandosi non solo a rispettare ma anche a difendere il dominio della Santa Sede su San Polo e altri castelli della zona: juramentum tiburtinorum... super... conservandia et defendendis regulibus Sancti Petri ...Sanctum Polum [giuramento dei Tiburtini sulla fedeltà prestata al Signore Papa Innocenzo, sulla (protezione della) sua vita e autorità, per conservare e difendere i possedimenti/territori di San Pietro ...San Polo].
Questo giuramento pose fine alla lunga e turbolenta disputa, consolidando definitivamente l'autorità pontificia sul territorio e chiudendo la prima, complessa fase della storia documentata del Castrum Sancti Pauli.
Bibliografia essenziale
- Bruzza, L. (1880). Regesto della Chiesa di Tivoli. Roma.
- Dessau, H. (Ed.). (1887). Corpus Inscriptionum Latinarum, Vol. XIV: Latium Vetus. Berlino.
- Fabre, P. (1905). Le Liber Censuum de l'Église Romaine (Vol. I). Albert Fontemoing.
- Macrobio. Saturnali, I, 9.
- Meucci, A. A. (1947). Breve storia di San Polo dei Cavalieri. Arti Grafiche Aldo Chicca.
- Terenzio Varrone. De Re Rustica, I, 37.
- Vulpio, G. (1726). Vetus Latium Profanum (Vol. VII). Patavii.
